Il conflitto israelo-palestinese è una delle questioni più complesse della...
Storia del Conflitto tra Israele e Palestina











Le origini del conflitto: tre fattori chiave
Alla fine dell'800, la Palestina storica era abitata principalmente da popoli arabi (80%), cristiani (15%) ed ebrei (5%). Era una società agricola e pastorale, ben diversa da quella che conosciamo oggi.
Tre eventi hanno cambiato tutto. Il flusso migratorio ebraico verso la Palestina iniziò a causa delle persecuzioni della Russia zarista e dell'ondata antisemita europea - un tipo di razzismo trasversale che non aveva confini. Il pensiero sionista di Theodor Herzl promosse l'idea del "ritorno alla terra dei padri", creando un sentimento comune di appartenenza. Infine, l'elezione del sindaco antisemita Karl Lueger a Vienna confermò il clima di odio imperante in Europa.
Le prime tappe verso la Palestina furono concrete: nel 1891 nacque la Jewish Colonization Association, nel 1897 il Congresso di Basilea fondò l'Organizzazione mondiale sionista per creare "una casa in Palestina per il popolo ebreo". Dal 1904 al 1914 iniziarono le emigrazioni di massa, mentre nel 1917 la Dichiarazione Balfour promise un "focolare ebraico" in Palestina in cambio del sostegno americano nella Prima Guerra Mondiale.
Ricorda: All'epoca della Dichiarazione Balfour, gli ebrei erano solo l'8% della popolazione palestinese e possedevano il 3% delle terre.

Il mandato britannico: tre attori in conflitto
Il mandato britannico (1920-1948) fu il risultato degli accordi Sykes-Picot del 1916. Era un'istituzione peculiare: non aveva date precise di inizio e fine, ribadiva l'impegno per il focolare ebraico e facilitava l'immigrazione ebraica.
Durante questi anni si confrontarono tre attori con interessi opposti. I britannici volevano governare mantenendo il sostegno sionista senza danneggiare altri interessi nazionali. Gli ebrei miravano a realizzare lo stato ebraico collaborando con i britannici finché conveniente. I palestinesi desideravano l'indipendenza e l'unione con la Siria.
La società palestinese era dominata da grandi latifondisti disinteressati alle terre lavorate dai contadini. L'acquisto di terre da parte degli ebrei e l'estromissione dei contadini arabi causò un progressivo impoverimento della popolazione locale. Intanto, la comunità ebraica creava le istituzioni del futuro stato: il sindacato a base etnica, l'Haganà (esercito) e l'Agenzia ebraica (organizzazione politica).
Le prime tensioni esplosero quando i contadini arabi estromessi dalle terre iniziarono ad attaccare le colonie ebraiche. I palestinesi si ribellarono contro mandato e programma sionista, culminando nelle rivolte del 1936-1939.
Punto chiave: Nel 1937 la Commissione Peel propose la prima spartizione della Palestina, rifiutata da entrambe le parti.

La Seconda Guerra Mondiale e la nascita di Israele
Con la Seconda Guerra Mondiale il quadro politico cambiò drasticamente. Il Terzo Libro Bianco britannico del 1939 bloccò l'immigrazione ebraica e promise uno stato binazionale entro il 1949, per evitare il sostegno arabo all'Asse.
I sionisti combatterono per i britannici contro i nazisti, ma dal 1943 gli estremisti dell'Irgun e Stern ripresero gli attacchi terroristici. Nel 1946 l'attentato all'hotel King David segnò l'escalation di violenze contro la potenza mandataria.
Il fallimento definitivo arrivò nel 1947. Nell'aprile Londra rimise la questione palestinese all'ONU, che creò l'UNSCOP. Il 29 novembre 1947 l'ONU approvò la risoluzione 181: spartizione in uno Stato Ebraico (56,5%) e uno Stato Palestinese (43%), con Gerusalemme internazionalizzata. I palestinesi, maggioranza demografica ma non territoriale, rifiutarono.
Il 14 maggio 1948 venne proclamato lo Stato di Israele con immediato riconoscimento di USA e URSS. Il giorno dopo iniziò la prima guerra arabo-israeliana: cinque paesi arabi (Siria, Transgiordania, Iraq, Egitto, Libano) attaccarono Israele con una coalizione divisa e militarmente inferiore.
Dato cruciale: Dopo la guerra del 1948-1949, Israele controllava il 78% della Palestina mandataria, 24% in più di quanto assegnato dall'ONU.

Le conseguenze della prima guerra e gli anni Cinquanta
La vittoria israeliana del 1949 cambiò tutto. Israele allargò enormemente il territorio rispetto al piano ONU, controllando 14 volte la terra posseduta nel 1947. Non nacque nessuno stato palestinese: la Cisgiordania fu controllata dalla Transgiordania (poi Giordania), Gaza dall'Egitto.
Quasi 700.000 palestinesi fuggirono o furono costretti a lasciare i territori del nuovo Stato di Israele. La risoluzione ONU 194 del 1949 stabilì il diritto al ritorno o alla compensazione, ma rimase inapplicata. I palestinesi ricordano questi eventi come "Nakba" (il disastro).
Negli anni Cinquanta, Israele consolidò le istituzioni e varò la Legge del Ritorno (1950) e la Legge della nazionalità (1952), entrambe mirate alla caratterizzazione etnica dello stato. Sul piano internazionale fu ammesso all'ONU nel 1949.
I palestinesi continuavano a vivere una condizione sfavorevole. Le tensioni non diminuirono: si susseguirono azioni di guerriglia araba e rappresaglie israeliane. Iniziò a emergere una coscienza palestinese mentre la questione diventava strumentale alla legittimità dei leader arabi.
Seguirono tre conflitti principali: la crisi di Suez (1956), la Guerra dei Sei giorni (1967) e la Guerra dello Yom Kippur (1973), che ridefinirono continuamente gli equilibri regionali.
Ricorda: La guerra del 1948-1949 fu l'ultimo conflitto in cui potenze europee (Francia e Regno Unito) intervennero direttamente in Medio Oriente.

La Guerra dei Sei Giorni: il punto di svolta
Il contesto degli anni Sessanta era caratterizzato da continui attriti. Il progetto israeliano di deviazione delle acque del Giordano (1958) scatenò le "guerre dell'acqua" con tutti i paesi confinanti. Nascevano intanto al-Fatah (1959) e OLP (1964), che rivendicavano il diritto palestinese a uno stato autonomo.
La crisi esplose quando Nasser chiuse il golfo di Aqaba alle navi israeliane nel maggio 1967. Il blocco di Tiran fu il casus belli: il 5 giugno Israele attaccò preventivamente Egitto, Siria, Libano e Giordania. Dopo sei giorni la geografia politica dell'area cambiò radicalmente.
Israele annesse la Striscia di Gaza, il Sinai, Gerusalemme est, la Cisgiordania e le alture del Golan, sfruttandone le preziose risorse idriche. L'ONU approvò la risoluzione 242 chiedendo il ritiro dai territori occupati e tracciò la Green Line per delimitare il futuro stato palestinese.
Gerusalemme fu dichiarata capitale "eterna" di Israele e iniziò la costruzione di colonie in tutte le aree occupate. Per gli arabi fu la più grande sconfitta dopo il 1948, tanto che si riunirono a Khartoum per negare la sconfitta e non riconoscere i risultati militari.
Israele sperava di usare la vittoria per uno "scambio terra-pace", contrattando sicurezza in cambio di territori.
Punto di svolta: La Guerra dei Sei Giorni del 1967 ridefinì completamente il conflitto, creando la questione dei "territori occupati" che persiste ancora oggi.

Dalla guerra dello Yom Kippur agli accordi di Camp David
La Guerra dello Yom Kippur (1973) rappresentò la rivincita araba. Egitto e Siria attaccarono coordinati su due fronti - Golan e Sinai - prendendo inizialmente alla sprovvista Israele. Anche se Israele mantenne il territorio, perse il "mito dell'imbattibilità".
La guerra provocò la crisi petrolifera : i paesi arabi sospesero le forniture agli stati che mantenevano rapporti con Israele. L'OLP fu ammessa all'ONU come osservatore nel 1974, ottenendo il riconoscimento come rappresentante del popolo palestinese.
Israele rispose con operazioni militari in Libano (1978-1982) contro i gruppi palestinesi che vi avevano trovato rifugio dopo l'espulsione dalla Giordania nel 1970. Queste azioni alimentarono i sentimenti anti-israeliani che sfociarono nelle Intifade.
Nel 1977 una svolta inaspettata: il presidente egiziano Sadat visitò Gerusalemme, rompendo il tabù arabo. Questo portò agli accordi di Camp David (1978) tra Sadat, Carter e Begin. Israele restituì il Sinai all'Egitto in cambio del riconoscimento e di un accordo di pace, ma disattese l'autonomia promessa a Gaza e Cisgiordania.
Camp David fu cruciale perché Israele neutralizzò il principale esercito arabo, ma fu percepito dal mondo arabo come un tradimento della causa palestinese.
Strategia vincente: Camp David dimostrò la strategia israeliana di accordi separati con i paesi arabi per indebolire il fronte palestinese.

L'Intifada e gli accordi di Oslo
Nel dicembre 1987 esplose l'Intifada (rivolta delle pietre) nei territori occupati dal 1967. Era una rivolta popolare spontanea contro l'occupazione militare, caratterizzata da scioperi, dimostrazioni e disobbedienza civile. In questo contesto nacque Hamas, movimento di resistenza islamica che voleva essere alternativa all'OLP.
La rivolta spostò per la prima volta l'asse della resistenza dentro i territori occupati. Si concluse con 1.200 morti, oltre 100mila feriti e 50mila arrestati, ma cambiò la percezione internazionale del conflitto.
Nel novembre 1988 il Consiglio nazionale palestinese proclamò unilateralmente l'indipendenza dello Stato di Palestina. Arafat rinunciò al terrorismo e si aprì al dialogo con gli USA. La Conferenza di Madrid del 1991 vide per la prima volta palestinesi e israeliani allo stesso tavolo.
La svolta arrivò con gli accordi di Oslo (settembre 1993). Dopo negoziati segreti, Arafat e Rabin si riconobbero reciprocamente: l'OLP riconobbe Israele e rinunciò alla violenza, Israele riconobbe l'OLP come interlocutore ufficiale. Nacque l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per governare Gaza e Gerico.
Gli accordi erano un "trattato-cornice" che rinviava le questioni più complesse: status di Gerusalemme, colonie, profughi. Questa debolezza si rivelò fatale.
Limite cruciale: Oslo rinviò tutti i nodi principali del conflitto, creando aspettative senza risolvere i problemi di fondo.

Il fallimento del processo di pace
Il processo di Oslo mostrò presto i suoi punti deboli. Slittarono i ritiri israeliani, Hamas si fece più intransigente, violenze e provocazioni continuarono. L'accordo "Oslo II" (1995) prevedeva il ritiro dai centri urbani della Cisgiordania, ma il 4 novembre 1995 Rabin fu ucciso da un estremista israeliano.
Tra febbraio e marzo 1996 Hamas scatenò una campagna di violenze con decine di morti. Le elezioni israeliane del giugno 1996 portarono al potere Netanyahu del Likud, aprendo una nuova fase di stallo e aumento degli insediamenti.
Nel luglio 2000 Clinton tentò l'ultimo rilancio a Camp David II con Arafat e Barak, ma fallì. Il 28 settembre 2000 la visita provocatoria di Sharon alla Spianata delle moschee scatenò la Seconda Intifada, molto più violenta della prima.
Per cinque anni Israele fu scosso da attentati continui, mentre condusse operazioni brutali per reprimere il terrorismo palestinese. Nel 2001 Sharon fu eletto primo ministro, inasprendo la risposta militare. Stragi di civili e distruzione delle strutture dell'ANP caratterizzarono questo periodo buio.
Nel 2004 morì Arafat, sostituito da Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il livello di scontro non mutò militarmente, ma Hamas acquisì sempre più peso politico, diventando protagonista di operazioni contro Israele.
Punto di non ritorno: La Seconda Intifada (2000-2005) distrusse definitivamente la fiducia reciproca e radicalizzò entrambe le parti.

L'era Trump e i nuovi equilibri
L'entrata di Donald Trump nel 2017 ha rivoluzionato il conflitto. Trump strinse un "asse di ferro" con Netanyahu, sostenendo tutte le rivendicazioni israeliane. La nuova strategia puntava a trovare "la pace in altro modo" attraverso gli accordi di Abramo.
Le mosse di Trump furono decisive: riconobbe Gerusalemme come capitale di Israele (dicembre 2017), trasferì l'ambasciata americana, riconobbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan (2019) e considerò legali gli insediamenti in Cisgiordania.
Il "Piano Trump" del 2020 prevedeva: riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana, riconoscimento di Israele come "Stato Ebraico", sovranità israeliana sulla valle del Giordano, e creazione di uno stato palestinese "smilitarizzato". I palestinesi rifiutarono completamente.
Gli accordi di Abramo (settembre 2020) normalizzarono i rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, seguiti da Bahrein e Sudan. Questa strategia aggirava completamente la questione palestinese, puntando su interessi comuni contro Iran e Turchia.
La politica di Trump ha trasmesso un'immagine polarizzante del Medio Oriente, creando schieramenti fluidi dove gli interessi geopolitici prevalgono sulla solidarietà palestinese.
Cambio di paradigma: Gli accordi di Abramo hanno dimostrato che i paesi arabi possono normalizzare con Israele indipendentemente dalla questione palestinese.

La situazione attuale: una questione marginalizzata
Oggi la questione israelo-palestinese non è più centrale nell'agenda mediorientale e internazionale. Trump ha promosso un nuovo sistema regionale dove la causa palestinese diventa marginale, sostituita da priorità geopolitiche come il contenimento dell'Iran.
La "massima pressione" americana sull'Iran, combinata con l'esternalizzazione della sicurezza regionale a sauditi ed emiratini, non ha impedito la presenza strategica di Cina e Russia nel Golfo. La politica bilaterale di Trump ha creato un'immagine polarizzante degli affari globali.
Settant'anni dopo la nascita di Israele, il conflitto ha subito trasformazioni profonde. Gli accordi di normalizzazione con i paesi del Golfo rispondono più agli interessi geopolitici locali e internazionali che alla ricerca della pace. In questo quadro, gli interessi palestinesi sembrano dimenticati.
La strategia di normalizzazione di Netanyahu con il mondo arabo rappresenta un punto di svolta: l'interesse reciproco nel contrastare Iran e Turchia è diventato più pressante della causa palestinese. Questo processo rischia però di creare ulteriori tensioni regionali.
La questione palestinese rimane sentita solo a livello popolare nei paesi arabi, mentre le leadership politiche l'hanno sempre più marginalizzata nelle loro priorità. Ignorare questi nuovi equilibri equivarrebbe per i palestinesi a un rifiuto della realtà.
Realtà attuale: La causa palestinese è diventata marginale nell'agenda regionale, sostituita da nuove priorità geopolitiche e alleanze strategiche.
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Storia del Conflitto tra Israele e Palestina
Il conflitto israelo-palestinese è una delle questioni più complesse della storia contemporanea. Non si tratta solo di uno scontro tra due popoli per la stessa terra, ma di una realtà stratificata dove religioni, nazionalismi e interessi geopolitici si intrecciano da...

Le origini del conflitto: tre fattori chiave
Alla fine dell'800, la Palestina storica era abitata principalmente da popoli arabi (80%), cristiani (15%) ed ebrei (5%). Era una società agricola e pastorale, ben diversa da quella che conosciamo oggi.
Tre eventi hanno cambiato tutto. Il flusso migratorio ebraico verso la Palestina iniziò a causa delle persecuzioni della Russia zarista e dell'ondata antisemita europea - un tipo di razzismo trasversale che non aveva confini. Il pensiero sionista di Theodor Herzl promosse l'idea del "ritorno alla terra dei padri", creando un sentimento comune di appartenenza. Infine, l'elezione del sindaco antisemita Karl Lueger a Vienna confermò il clima di odio imperante in Europa.
Le prime tappe verso la Palestina furono concrete: nel 1891 nacque la Jewish Colonization Association, nel 1897 il Congresso di Basilea fondò l'Organizzazione mondiale sionista per creare "una casa in Palestina per il popolo ebreo". Dal 1904 al 1914 iniziarono le emigrazioni di massa, mentre nel 1917 la Dichiarazione Balfour promise un "focolare ebraico" in Palestina in cambio del sostegno americano nella Prima Guerra Mondiale.
Ricorda: All'epoca della Dichiarazione Balfour, gli ebrei erano solo l'8% della popolazione palestinese e possedevano il 3% delle terre.

Il mandato britannico: tre attori in conflitto
Il mandato britannico (1920-1948) fu il risultato degli accordi Sykes-Picot del 1916. Era un'istituzione peculiare: non aveva date precise di inizio e fine, ribadiva l'impegno per il focolare ebraico e facilitava l'immigrazione ebraica.
Durante questi anni si confrontarono tre attori con interessi opposti. I britannici volevano governare mantenendo il sostegno sionista senza danneggiare altri interessi nazionali. Gli ebrei miravano a realizzare lo stato ebraico collaborando con i britannici finché conveniente. I palestinesi desideravano l'indipendenza e l'unione con la Siria.
La società palestinese era dominata da grandi latifondisti disinteressati alle terre lavorate dai contadini. L'acquisto di terre da parte degli ebrei e l'estromissione dei contadini arabi causò un progressivo impoverimento della popolazione locale. Intanto, la comunità ebraica creava le istituzioni del futuro stato: il sindacato a base etnica, l'Haganà (esercito) e l'Agenzia ebraica (organizzazione politica).
Le prime tensioni esplosero quando i contadini arabi estromessi dalle terre iniziarono ad attaccare le colonie ebraiche. I palestinesi si ribellarono contro mandato e programma sionista, culminando nelle rivolte del 1936-1939.
Punto chiave: Nel 1937 la Commissione Peel propose la prima spartizione della Palestina, rifiutata da entrambe le parti.

La Seconda Guerra Mondiale e la nascita di Israele
Con la Seconda Guerra Mondiale il quadro politico cambiò drasticamente. Il Terzo Libro Bianco britannico del 1939 bloccò l'immigrazione ebraica e promise uno stato binazionale entro il 1949, per evitare il sostegno arabo all'Asse.
I sionisti combatterono per i britannici contro i nazisti, ma dal 1943 gli estremisti dell'Irgun e Stern ripresero gli attacchi terroristici. Nel 1946 l'attentato all'hotel King David segnò l'escalation di violenze contro la potenza mandataria.
Il fallimento definitivo arrivò nel 1947. Nell'aprile Londra rimise la questione palestinese all'ONU, che creò l'UNSCOP. Il 29 novembre 1947 l'ONU approvò la risoluzione 181: spartizione in uno Stato Ebraico (56,5%) e uno Stato Palestinese (43%), con Gerusalemme internazionalizzata. I palestinesi, maggioranza demografica ma non territoriale, rifiutarono.
Il 14 maggio 1948 venne proclamato lo Stato di Israele con immediato riconoscimento di USA e URSS. Il giorno dopo iniziò la prima guerra arabo-israeliana: cinque paesi arabi (Siria, Transgiordania, Iraq, Egitto, Libano) attaccarono Israele con una coalizione divisa e militarmente inferiore.
Dato cruciale: Dopo la guerra del 1948-1949, Israele controllava il 78% della Palestina mandataria, 24% in più di quanto assegnato dall'ONU.

Le conseguenze della prima guerra e gli anni Cinquanta
La vittoria israeliana del 1949 cambiò tutto. Israele allargò enormemente il territorio rispetto al piano ONU, controllando 14 volte la terra posseduta nel 1947. Non nacque nessuno stato palestinese: la Cisgiordania fu controllata dalla Transgiordania (poi Giordania), Gaza dall'Egitto.
Quasi 700.000 palestinesi fuggirono o furono costretti a lasciare i territori del nuovo Stato di Israele. La risoluzione ONU 194 del 1949 stabilì il diritto al ritorno o alla compensazione, ma rimase inapplicata. I palestinesi ricordano questi eventi come "Nakba" (il disastro).
Negli anni Cinquanta, Israele consolidò le istituzioni e varò la Legge del Ritorno (1950) e la Legge della nazionalità (1952), entrambe mirate alla caratterizzazione etnica dello stato. Sul piano internazionale fu ammesso all'ONU nel 1949.
I palestinesi continuavano a vivere una condizione sfavorevole. Le tensioni non diminuirono: si susseguirono azioni di guerriglia araba e rappresaglie israeliane. Iniziò a emergere una coscienza palestinese mentre la questione diventava strumentale alla legittimità dei leader arabi.
Seguirono tre conflitti principali: la crisi di Suez (1956), la Guerra dei Sei giorni (1967) e la Guerra dello Yom Kippur (1973), che ridefinirono continuamente gli equilibri regionali.
Ricorda: La guerra del 1948-1949 fu l'ultimo conflitto in cui potenze europee (Francia e Regno Unito) intervennero direttamente in Medio Oriente.

La Guerra dei Sei Giorni: il punto di svolta
Il contesto degli anni Sessanta era caratterizzato da continui attriti. Il progetto israeliano di deviazione delle acque del Giordano (1958) scatenò le "guerre dell'acqua" con tutti i paesi confinanti. Nascevano intanto al-Fatah (1959) e OLP (1964), che rivendicavano il diritto palestinese a uno stato autonomo.
La crisi esplose quando Nasser chiuse il golfo di Aqaba alle navi israeliane nel maggio 1967. Il blocco di Tiran fu il casus belli: il 5 giugno Israele attaccò preventivamente Egitto, Siria, Libano e Giordania. Dopo sei giorni la geografia politica dell'area cambiò radicalmente.
Israele annesse la Striscia di Gaza, il Sinai, Gerusalemme est, la Cisgiordania e le alture del Golan, sfruttandone le preziose risorse idriche. L'ONU approvò la risoluzione 242 chiedendo il ritiro dai territori occupati e tracciò la Green Line per delimitare il futuro stato palestinese.
Gerusalemme fu dichiarata capitale "eterna" di Israele e iniziò la costruzione di colonie in tutte le aree occupate. Per gli arabi fu la più grande sconfitta dopo il 1948, tanto che si riunirono a Khartoum per negare la sconfitta e non riconoscere i risultati militari.
Israele sperava di usare la vittoria per uno "scambio terra-pace", contrattando sicurezza in cambio di territori.
Punto di svolta: La Guerra dei Sei Giorni del 1967 ridefinì completamente il conflitto, creando la questione dei "territori occupati" che persiste ancora oggi.

Dalla guerra dello Yom Kippur agli accordi di Camp David
La Guerra dello Yom Kippur (1973) rappresentò la rivincita araba. Egitto e Siria attaccarono coordinati su due fronti - Golan e Sinai - prendendo inizialmente alla sprovvista Israele. Anche se Israele mantenne il territorio, perse il "mito dell'imbattibilità".
La guerra provocò la crisi petrolifera : i paesi arabi sospesero le forniture agli stati che mantenevano rapporti con Israele. L'OLP fu ammessa all'ONU come osservatore nel 1974, ottenendo il riconoscimento come rappresentante del popolo palestinese.
Israele rispose con operazioni militari in Libano (1978-1982) contro i gruppi palestinesi che vi avevano trovato rifugio dopo l'espulsione dalla Giordania nel 1970. Queste azioni alimentarono i sentimenti anti-israeliani che sfociarono nelle Intifade.
Nel 1977 una svolta inaspettata: il presidente egiziano Sadat visitò Gerusalemme, rompendo il tabù arabo. Questo portò agli accordi di Camp David (1978) tra Sadat, Carter e Begin. Israele restituì il Sinai all'Egitto in cambio del riconoscimento e di un accordo di pace, ma disattese l'autonomia promessa a Gaza e Cisgiordania.
Camp David fu cruciale perché Israele neutralizzò il principale esercito arabo, ma fu percepito dal mondo arabo come un tradimento della causa palestinese.
Strategia vincente: Camp David dimostrò la strategia israeliana di accordi separati con i paesi arabi per indebolire il fronte palestinese.

L'Intifada e gli accordi di Oslo
Nel dicembre 1987 esplose l'Intifada (rivolta delle pietre) nei territori occupati dal 1967. Era una rivolta popolare spontanea contro l'occupazione militare, caratterizzata da scioperi, dimostrazioni e disobbedienza civile. In questo contesto nacque Hamas, movimento di resistenza islamica che voleva essere alternativa all'OLP.
La rivolta spostò per la prima volta l'asse della resistenza dentro i territori occupati. Si concluse con 1.200 morti, oltre 100mila feriti e 50mila arrestati, ma cambiò la percezione internazionale del conflitto.
Nel novembre 1988 il Consiglio nazionale palestinese proclamò unilateralmente l'indipendenza dello Stato di Palestina. Arafat rinunciò al terrorismo e si aprì al dialogo con gli USA. La Conferenza di Madrid del 1991 vide per la prima volta palestinesi e israeliani allo stesso tavolo.
La svolta arrivò con gli accordi di Oslo (settembre 1993). Dopo negoziati segreti, Arafat e Rabin si riconobbero reciprocamente: l'OLP riconobbe Israele e rinunciò alla violenza, Israele riconobbe l'OLP come interlocutore ufficiale. Nacque l'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) per governare Gaza e Gerico.
Gli accordi erano un "trattato-cornice" che rinviava le questioni più complesse: status di Gerusalemme, colonie, profughi. Questa debolezza si rivelò fatale.
Limite cruciale: Oslo rinviò tutti i nodi principali del conflitto, creando aspettative senza risolvere i problemi di fondo.

Il fallimento del processo di pace
Il processo di Oslo mostrò presto i suoi punti deboli. Slittarono i ritiri israeliani, Hamas si fece più intransigente, violenze e provocazioni continuarono. L'accordo "Oslo II" (1995) prevedeva il ritiro dai centri urbani della Cisgiordania, ma il 4 novembre 1995 Rabin fu ucciso da un estremista israeliano.
Tra febbraio e marzo 1996 Hamas scatenò una campagna di violenze con decine di morti. Le elezioni israeliane del giugno 1996 portarono al potere Netanyahu del Likud, aprendo una nuova fase di stallo e aumento degli insediamenti.
Nel luglio 2000 Clinton tentò l'ultimo rilancio a Camp David II con Arafat e Barak, ma fallì. Il 28 settembre 2000 la visita provocatoria di Sharon alla Spianata delle moschee scatenò la Seconda Intifada, molto più violenta della prima.
Per cinque anni Israele fu scosso da attentati continui, mentre condusse operazioni brutali per reprimere il terrorismo palestinese. Nel 2001 Sharon fu eletto primo ministro, inasprendo la risposta militare. Stragi di civili e distruzione delle strutture dell'ANP caratterizzarono questo periodo buio.
Nel 2004 morì Arafat, sostituito da Mahmud Abbas (Abu Mazen). Il livello di scontro non mutò militarmente, ma Hamas acquisì sempre più peso politico, diventando protagonista di operazioni contro Israele.
Punto di non ritorno: La Seconda Intifada (2000-2005) distrusse definitivamente la fiducia reciproca e radicalizzò entrambe le parti.

L'era Trump e i nuovi equilibri
L'entrata di Donald Trump nel 2017 ha rivoluzionato il conflitto. Trump strinse un "asse di ferro" con Netanyahu, sostenendo tutte le rivendicazioni israeliane. La nuova strategia puntava a trovare "la pace in altro modo" attraverso gli accordi di Abramo.
Le mosse di Trump furono decisive: riconobbe Gerusalemme come capitale di Israele (dicembre 2017), trasferì l'ambasciata americana, riconobbe la sovranità israeliana sulle alture del Golan (2019) e considerò legali gli insediamenti in Cisgiordania.
Il "Piano Trump" del 2020 prevedeva: riconoscimento di Gerusalemme come capitale israeliana, riconoscimento di Israele come "Stato Ebraico", sovranità israeliana sulla valle del Giordano, e creazione di uno stato palestinese "smilitarizzato". I palestinesi rifiutarono completamente.
Gli accordi di Abramo (settembre 2020) normalizzarono i rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, seguiti da Bahrein e Sudan. Questa strategia aggirava completamente la questione palestinese, puntando su interessi comuni contro Iran e Turchia.
La politica di Trump ha trasmesso un'immagine polarizzante del Medio Oriente, creando schieramenti fluidi dove gli interessi geopolitici prevalgono sulla solidarietà palestinese.
Cambio di paradigma: Gli accordi di Abramo hanno dimostrato che i paesi arabi possono normalizzare con Israele indipendentemente dalla questione palestinese.

La situazione attuale: una questione marginalizzata
Oggi la questione israelo-palestinese non è più centrale nell'agenda mediorientale e internazionale. Trump ha promosso un nuovo sistema regionale dove la causa palestinese diventa marginale, sostituita da priorità geopolitiche come il contenimento dell'Iran.
La "massima pressione" americana sull'Iran, combinata con l'esternalizzazione della sicurezza regionale a sauditi ed emiratini, non ha impedito la presenza strategica di Cina e Russia nel Golfo. La politica bilaterale di Trump ha creato un'immagine polarizzante degli affari globali.
Settant'anni dopo la nascita di Israele, il conflitto ha subito trasformazioni profonde. Gli accordi di normalizzazione con i paesi del Golfo rispondono più agli interessi geopolitici locali e internazionali che alla ricerca della pace. In questo quadro, gli interessi palestinesi sembrano dimenticati.
La strategia di normalizzazione di Netanyahu con il mondo arabo rappresenta un punto di svolta: l'interesse reciproco nel contrastare Iran e Turchia è diventato più pressante della causa palestinese. Questo processo rischia però di creare ulteriori tensioni regionali.
La questione palestinese rimane sentita solo a livello popolare nei paesi arabi, mentre le leadership politiche l'hanno sempre più marginalizzata nelle loro priorità. Ignorare questi nuovi equilibri equivarrebbe per i palestinesi a un rifiuto della realtà.
Realtà attuale: La causa palestinese è diventata marginale nell'agenda regionale, sostituita da nuove priorità geopolitiche e alleanze strategiche.
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